Il decreto Salva Italia e la riforma delle pensioni: vediamo insieme i cambiamenti

Il decreto Salva Italia e la riforma delle pensioni: vediamo insieme i cambiamenti

La grande crisi economica scoppiata principalmente nell’Euro Zone e quindi anche in Italia ha avuto come principale effetto non solo quello di mettere in ginocchio il sistema economico ma anche di mettere in discussione i governi degli stati membri. Questo è successo anche in Italia, dove la crescita praticamente nulla degli ultimi quindici anni congiuntamente all’enorme debito accumulato nel tempo ha fatto si che creasse una situazione insopportabile che da qui a pochi mesi avrebbe certamente portato lo Stato in bancarotta. Ciò ha determinato l’avvento al Governo Monti che insieme ad un consiglio di ministri costituito da soli tecnici, ha varato il cosiddetto decreto Salva Italia con il quale si è dato il via, per mezzo di una serie di profonde ristrutturazioni, ad un tentativo di ripianare le casse dello stato.

Una di queste, probabilmente la più discussa e criticata, è la riforma delle pensioni con la quale si è andata a ridisegnare un sistema pensionistico che è risultato agli occhi del nuovo Governo non idoneo per un paese moderno come quello italiano. I principali motivi che hanno indotto lo Stato a varare tale riforma sono sostanzialmente riconducibili ad evidenti dati statistici che evidenziano come il continuo aumento della aspettativa di vita e i sempre più innumerevoli casi di lavoratori di qualsiasi natura che hanno raggiunto la pensione ben al di sotto dei 60 anni, avrebbero portato ben presto ad una situazione in cui ci sarebbero stati più pensionati che lavoratori con conseguente tracollo del sistema. Vediamo, dunque, punto per punto come questa riforma delle pensioni del Governo Monti ha cambiato le carte in tavolo.

A partire dallo scorso 1 gennaio 2012 si è passati per tutti i lavoratori al cosiddetto calcolo contributivo pro rata abbandonando il vecchio sistema retributivo che prevedeva il calcolo dell’importo della singola rata della pensione in base alla media degli stipendi degli ultimi 10 anni nella misura dell’80%. Adesso con questa riforma per tutti gli anni dal 2012 in poi la pensione si calcolerà sugli effettivi contributi versati allo Stato rivalutati a un tasso stabilito ogni anno dal Ministero dell’Economia e rapportato ad un coefficiente direttamente proporzionale all’età del pensionato.

La più grande rivoluriforma_pensionizione di questa riforma delle pensioni sta nell’età di pensionamento e negli anni di contributi per acquisire l’idoneità. Scompare il sistema delle quote per cui l’unico modo con cui sarà possibile andare in pensione anticipatamente pur non avendo l’età sarà quella di avere almeno 41 anni di contributi ed un mese per le donne e 42 anni di contributi ed un mese per gli uomini. Occorre rimarcare che non solo la riforma prevede penalizzazioni per chi va anticipatamente in pensione nella misura dell’1% di trattenute sull’importo mensile nei primi due anni e del 2% nei successivi.

Per le donne c’è tutto un discorso a parte che prevede un innalzamento dell’età di pensionamento dagli attuali 60 anni fino ad arrivare ai 66 anni nel 2018.

Infine, per ciò che concerne la rivalutazione delle pensioni sono stato salvaguardati tutti gli importi lordi inferiori ai 1400 euro mensili sia per l’anno 2012 che per tutto il 2013. Oltre tali soglie le rivalutazioni sono bloccate.



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